Il cancro in gravidanza

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Gravidanza e tumore: due parole che, nell’immaginario di molti, non possono coesistere, perché l’una rappresenta l’inizio di una vita, l’altra, per molti, la probabile fine. Eppure oggi quest’idea è infondata, soprattutto perché non è più necessariamente vera l’associazione tra cancro e morte, e perché esistono modi e terapie per tenere sotto controllo la malattia senza nuocere al bambino, almeno in molti casi.

La scoperta di un tumore durante la gestazione è un evento raro: si verifica all’incirca in una gravidanza ogni mille. Tuttavia il numero di casi è in crescita in tutto il mondo, probabilmente perché aumenta sempre più l’età in cui le donne hanno il primo figlio, e il cancro è una malattia la cui incidenza aumenta proprio con l’età.

Specularmente, diminuisce il numero di ragazze che concepiscono un figlio prima dei vent’anni, noto fattore di protezione soprattutto nei confronti del tumore al seno. I numeri, del resto, parlano chiaro: se prima dei 35 anni l’incidenza del tumore al seno è solo del 2 per cento, tra i 35 e i 49 la percentuale sale al 20 per cento, ed è proprio in questa fascia d’età che è più probabile che una donna concepisca un figlio.

CAPTARE I PRIMI SEGNALI D’ALLARME

Oltre alle pesanti implicazioni psicologiche, che ricadono su donne che sono già in uno stato d’animo particolare, i tumori associati alla gravidanza recano con sé un altro fardello negativo: molto spesso vengono scoperti in una fase più avanzata rispetto a quelli delle donne non incinte. Ciò accade perché durante la gestazione il corpo della donna va incontro a trasformazioni così significative e dalle manifestazioni così complesse che è facile non accorgersi dei primi segnali di allarme.

Inoltre, per quanto riguarda il tumore al seno, uno dei più comuni, le mammelle subiscono cambiamenti radicali, aumentano di volume, mutano di consistenza, e anche le donne normalmente più accorte possono non capire per tempo che c’è qualcosa che non va. Per questo bisogna avere un occhio di riguardo, come ricorda Fedro Peccatori, direttore dell’Unità di trapianto allogenico dell’Istituto europeo di oncologia (IEO) di Milano e autore di diversi studi sull’argomento: “Qualunque nodulo mammario con caratteristiche sospette va indagato dal senologo anche durante la gravidanza, e nel caso che il nodulo sia maligno, è indispensabile rivolgersi subito a un centro ad alta specializzazione per i tumori mammari, dove vengono trattati anche questi casi”.

I PROGRESSI PARTONO DAL MESSICO

I progressi degli ultimi decenni, fortunatamente, hanno capovolto la prospettiva di un tempo, sradicato luoghi comuni e insegnato a medici e a pazienti ad affrontare questa eventualità in maniera razionale e spesso sicura. “Oggi esistono molte più terapie rispetto a pochi anni fa, e anche il tumore in gravidanza può essere trattato con tecniche chirurgiche e farmacologiche che prima si ritenevano controindicate” sottolinea Alberto Luini, direttore della Divisione di senologia dello IEO. “Alludo, per esempio, alla quadrantectomia con biopsia del linfonodo sentinella, una tecnica sicura e innocua per il feto che si può eseguire, in gravidanza, anche in anestesia locale”.

Fino agli anni Quaranta del secolo scorso si pensava che la gravidanza fosse del tutto incompatibile con le cure antitumorali e per questo, laddove era permesso, si avviava la donna all’aborto. Poi la svolta, negli anni Settanta, grazie ai primi dati pubblicati da Augustin Avilés, un ginecologo che lavorava in Messico, Paese cattolico che ha reso legale l’aborto solo da pochi anni e nel quale, fino ad allora, le donne malate erano spesso abbandonate al loro destino. Non tutte, però: quelle curate presso l’Instituto Mexicano del Seguro Social di Mexico City, dove operava appunto Avilés, avevano una chance in più.

Tra il 1973 e il 2003 il medico ha trattato 84 donne, con vari protocolli terapeutici; 58 di loro sono state sottoposte a chemioterapia durante il primo trimestre, fatto ancora oggi considerato da molti medici del tutto sconsigliabile. Poi l’elaborazione dei dati, e la sorpresa: tutti i feti sono sopravvissuti e solo il 5,8 per cento ha avuto qualche difetto nello sviluppo, per lo più non grave. Nello studio che ha considerato anche lo stato di salute della seconda generazione, si è visto che i nipoti delle donne trattate nati tra il 1970 e il 1983 (43 in tutto), di età compresa tra i 3 e i 19 anni, avevano tutti uno sviluppo fisico, neurologico e psicologico normale. Anzi, molti di loro avevano prestazioni scolastiche superiori alla media e, una volta raggiunta l’adolescenza, uno sviluppo sessuale del tutto normale.

“Questi dati” conferma Peccatori “hanno aperto la via a un approccio più possibilista e anche alla conduzione dei primi studi scientificamente accettabili. Da quel momento, infatti, la comunità scientifica ha iniziato a interrogarsi sul fondamento della prassi, cioè su quali fossero le prove a sostegno di un approccio tanto cauto, che spesso aveva come risultato finale la rinuncia alla gravidanza, o alle cure e alla morte della madre”.

MANCANO GLI STUDI

In realtà ancora oggi i dati disponibili sono frammentari per la difficoltà di compiere sperimentazioni specifiche e, in alcuni casi, in contraddizione tra loro; in ogni caso le percentuali di malformazioni dei feti di donne che hanno assunto chemioterapici nel primo trimestre, nella maggior parte degli studi, sono attorno al 18 per cento. Alcune certezze, però, ci sono. Per esempio, non è affatto vero che, come si riteneva anni fa, il fatto di interrompere la gravidanza sia collegato a un aumento di sopravvivenza e, in generale, a un esito migliore della malattia: i dati non sono univoci, ma probabilmente è vero il contrario, anche perché aumenta la motivazione della donna a combattere la malattia, per non lasciare il figlio solo. Inoltre, come detto, sono ormai disponibili alcuni protocolli terapeutici che non mettono a rischio la salute del bambino: per molte donne la chemioterapia è un’opzione realistica e relativamente sicura.

Spiega ancora Peccatori: “In generale riteniamo opportuno rimandare la chemioterapia dopo l’inizio del secondo quadrimestre, cioè dopo la sedicesima settimana. Tra i farmaci più pericolosi vi è il metotressato, sconsigliato anche nelle fasi successive della gravidanza per il rischio di un accumulo nel liquido amniotico; tra quelli più sicuri vi sono le antracicline, antibiotici antitumorali che sono stati utilizzati dopo il primo trimestre senza effetti collaterali evidenti sulla madre o sul feto: per esempio, una nostra casistica su 20 pazienti ha mostrato che non vi è un aumento di incidenza di malformazioni congenite, né ritardi nella crescita fetale. La gravidanza va comunque monitorata con estrema cura in un ambiente molto specialistico”.

Uno degli elementi più importanti è dunque quello di rivolgersi a un centro che abbia esperienza in questo tipo di casi. Dice ancora Luini: “La reazione della madre è estremamente variabile: molto dipende dal fatto che la gravidanza sia la prima o meno, e anche dal grado di cultura, dalle credenze religiose, dalle aspettative, dalle eventuali difficoltà avute per il concepimento, dall’approccio alla vita. Inoltre il suo modo di affrontare la malattia dipende anche da quanto le viene prospettato, e da come ciò viene fatto. Per questo avere come interlocutore un team multidisciplinare di specialisti che hanno alle spalle già diversi casi è senza dubbio importante. Da noi, all’IEO, per esempio, si è andato costituendo un vero e proprio gruppo multidisciplinare che, in collaborazione con la Clinica Mangiagalli dell’Università di Milano, si occupa specificamente di questi casi”.

I reparti di oncologia generale tendono già a orientare le donne verso i centri specializzati, anche solo per un consulto. Quando viaggiare diventa difficile per via della gravidanza, i medici dei centri di riferimento si mettono in contatto con gli ospedali locali per permettere alla donna di continuare le terapie il più possibile vicino a casa. “Non è da escludere una permanenza in ospedale anche di qualche mese, fino al parto” conclude Luini. “È difficile, ma la posta in gioco è alta ed è la salute della madre e del nascituro”.

Il cancro in gravidanzaultima modifica: 2009-03-12T14:10:21+01:00da doc1a
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