Sessualità femminile e cancro

Se la malattia mina l’identità femminile.

Affrontare un tumore è sempre difficile, e per una donna lo è particolarmente quando la malattia colpisce organi legati alla sfera sessuale (come il seno) o riproduttiva (come l’utero).

Improvvisamente ci si trova a dover gestire non solo la paura della malattia e dei trattamenti necessari alla guarigione, ma anche le inevitabili conseguenze sulla sfera sessuale e sull’equilibrio della vita di coppia.

se-la-malattia-mina-identita-femminile.jpgLa donna con una diagnosi di cancro della sfera femminile spesso deve sottoporsi a un intervento e, nonostante oggi la chirurgia abbia fatto passi da gigante e tenda a ridurre al massimo eventuali effetti negativi sull’immagine corporea, la paziente dovrà imparare ad accettare i cambiamenti.

“Ci sono diversi studi che hanno valutato l’impatto della malattia tumorale sulla sessualità femminile” spiega Florence Didier, psiconcologa presso l’Istituto oncologico europeo (IEO) di Milano, uno dei pochi centri in Italia dove il consulto sessuologico è entrato a far parte del trattamento. “Ne risulta che molte donne lamentano cambiamenti negativi, ma che il 36 per cento di queste aveva delle difficoltà nella vita di relazione già prima della malattia tumorale. È ovvio che chi già non viveva serenamente la propria sessualità subirà maggiormente gli effetti della malattia. Se però si scopre che c’erano già dei problemi prima della cura oncologica e degli eventuali interventi chirurgici o farmacologici, si può proporre un supporto psicologico più intenso per la paziente ed eventualmente anche per il suo partner. Di solito in questi casi si opta per una terapia di lunga durata (un anno circa) e si consiglia anche al compagno una terapia, oppure si propone un trattamento di coppia”.

Se il corpo cambia forma

I tumori dell’apparato genitale femminile hanno come immediata conseguenza un impedimento della funzionalità fisica. Talvolta questo è di breve durata, ma in altri casi, come nei tumori della vagina o della vulva, può essere necessario un intervento chirurgico con rimozione delle piccole e grandi labbra e dei linfonodi regionali. Si tratta di un’operazione che modifica sensibilmente le sensazioni a livello genitale, anche quando è possibile una ricostruzione estetica, e che può provocare difficoltà a raggiungere l’orgasmo, soprattutto se si è dovuto asportare anche il clitoride.

In questi casi, oltre a un supporto psicologico mirato a un recupero progressivo della stima di sé, è importante che la paziente possa pian piano sentirsi di nuovo a suo agio nel suo corpo cambiato. Diversi studi condotti su donne provenienti da Paesi dove sono purtroppo ancora diffuse le mutilazioni genitali per ragioni rituali hanno dimostrato che la soddisfazione sessuale non è sempre legata all’integrità dei genitali, ma che dipende anche da una buona accettazione della immagine corporea, e dalla capacità del partner di non considerare gli esiti degli interventi come impedimenti.

Dialogare con il partner

Per fortuna i casi che richiedono interventi mutilanti sono rari, ma le difficoltà causate dalla chirurgia e dai trattamenti (come secchezza vaginale e dolore nei rapporti) possono talvolta essere vissute in modo molto negativo anche dal partner. Alcuni uomini scambiano per scarso interesse, rifiuto e insensibilità quelle che sono ritrosie legate a un vero e proprio ostacolo fisico. Riscoprire l’altro pensando che la sessualità è un piacere e non un dovere della coppia è un primo passo nella giusta direzione.

“Ricostruire pian piano un nuovo equilibrio nella relazione: è questo l’obiettivo del supporto psicologico. Si lavora su quello che molte donne vivono come un senso di colpa, ovvero il fatto di non essere disponibili per il proprio compagno o di notare in lui un calo di interesse per la sfera amorosa. Spesso la malata si sente un peso ed è proprio questo il momento in cui interviene lo psiconcologo, che ha il compito di legittimare i sentimenti negativi a cui la paziente va incontro e fare in modo che si riappacifichi con la vita dopo aver superato la rabbia, la delusione e lo sconforto” prosegue Didier. “Il processo da compiere è la graduale accettazione di sé per poter poi recuperare una bella intesa col proprio compagno”.

Ci sono coppie che vanno in crisi se tra loro si frappone una malattia, tanto più se si tratta di un cancro. Le paure, il senso di inadeguatezza, la perdita di stima di sé a volte bloccano la sessualità molto più delle reali difficoltà fisiologiche. Vivere bene il sesso è però possibile se si sposta l’attenzione più sul piacere che sull’atto sessuale in sé.

Dopo un trattamento chemioterapico, per esempio, la donna dovrà far fronte a una situazione di forte stress e stanchezza fisica. In questi casi è utile che il partner provi ad avere con lei un approccio più tenero, in modo da consentire un recupero graduale della sicurezza. Un altro aspetto fondamentale è che l’uomo rassicuri la donna sul fatto che i segni fisici della malattia hanno poca importanza. L’elemento più importante è il dialogo: molte donne scoprono che i propri compagni si preoccupano molto meno delle cicatrici di quanto loro stesse immaginino.

“Gli interventi possono essere diversi, a seconda delle esigenze della donna o della coppia. In genere durano da un minimo di tre mesi a un massimo di un anno. È importante precisare, però, che non si tratta mai di una psicoterapia, ma di una terapia di supporto. La decisione sul tipo di supporto più adatto si prende insieme alla paziente. Sono possibili colloqui individuali, di gruppo oppure una terapia di coppia. Spesso è la donna a scegliere i colloqui individuali perché vuole che la sua privacy sia tutelata. Quando si formano dei gruppi, essi sono costituiti in modo omogeneo per tipologia di malattia, di intervento e fascia d’età. Ci sono gruppi di donne giovani, altri con donne in stadio di malattia molto avanzata e addirittura gruppi di pazienti in fase metastatica, perché la vita va vissuta bene fino all’ultimo. Oltre alla terapia di coppia si può proporre ai due partner di essere seguiti separatamente” spiega Didier.

Se prevale la paura

Esistono casi di uomini che rifiutano di capire i bisogni e le reazioni della loro compagna. La malattia li spaventa e li disorienta. Lo psiconcologo deve quindi lavorare molto sulla comunicazione e sui tempi di recupero. Molte coppie pretendono di raggiungere un risultato in tempi rapidi, non capendo che vanno rispettati i tempi necessari alla progressiva riappropriazione di se stessi e dell’armonia di coppia. Il chirurgo è il primo consulente a cui si rivolge l’ammalata, anche se talvolta sono i familiari a intervenire al posto della paziente. “ Mariti, madri, sorelle scoprono che è possibile chiedere l’aiuto dello psiconcologo e quindi lo vanno a trovare: talvolta questa mossa nasconde una richiesta di aiuto da parte del familiare stesso, che ha bisogno di consigli o di suggerimenti per sopportare il carico di ansia che sempre accompagna queste vicende” aggiunge Didier, precisando che “ci sono anche casi di donne che, pur trovandosi a vivere situazioni molto gravi e tumori particolarmente aggressivi, mantengono un rapporto di grande complicità con il proprio partner che le sostiene e affronta con dedizione e pazienza tutto l’iter della malattia comprese le difficoltà sessuali”. Ciascuno vive quindi la malattia in modo diverso e l’importante è rinegoziare il rapporto in seguito a un processo graduale di accettazione.

Quando gli ormoni vanno il tilt

Oltre agli aspetti prettamente psicologici, vi sono situazioni negative indotte dalla malattia stessa. I tumori che colpiscono mammella, ovaio e utero possono essere sensibili agli ormoni femminili e richiedere una terapia che ne blocchi gli effetti sull’organismo, un po’ come succede durante la menopausa. In caso di asportazione delle ovaie, non vi è più produzione endogena di ormoni e la chemioterapia stessa, indipendentemente dalla malattia per la quale viene utilizzata, interferisce con i cicli ormonali. La perdita dei normali cicli ha un impatto psicologico molto forte soprattutto fra le più giovani (20-30 anni) che devono affrontare la scomparsa delle mestruazioni, un rapido e forzato passaggio alla menopausa e la necessità di rinunciare a una maternità forse desiderata e non ancora realizzata. “Ci sono ragazze, però, che pur avendo avuto un cancro in età molto precoce si sono sottoposte a terapia ormonale per un periodo da 2 a 5 anni e poi hanno avuto uno o più figli” spiega Didier. “Ciò significa che prima di gettare la spugna è importante rivolgersi a un buon specialista”.

Il ruolo del ginecologo
Oltre al supporto psicologico, la donna che affronta un tumore ha spesso bisogno della consulenza di un medico in grado di affrontare gli aspetti fisici del disturbo sessuale. “Molto spesso vi sono disturbi concreti che impediscono una buona vita di relazione” spiega Alessandra Graziottin, sessuologa e oncologa, responsabile del Servizio di sessuologia dell’ospedale San Raffaele di Milano. “Bisogna affrontare in prima battuta gli impedimenti fisici e poi agire sulla psiche”. Per esempio è comune che chi ha subito interventi chirurgici o radianti a livello della pelvi provi dolore. “Il dolore durante l’atto sessuale, che in medicina si chiama dispareunia, può essere provocato anche dai farmaci che interferiscono con la naturale lubrificazione vaginale. Tra i rimedi vi sono sia misure temporanee (sostanze lubrificanti, gel a base di ormoni) sia definitive, come interventi sulle terminazioni nervose, da riservare ai casi più gravi” spiega la sessuologa. “È bene ricordare che la dispareunia può innescare un circolo vizioso: chi ha provato dolore una volta può essere ‘bloccato’ e contratto: di conseguenza l’atto sessuale sarà sempre più dooroso se non si interviene per tempo”. Qualsiasi tipo di dolore, comunque, è un potente inibitore della libido. “Anche chi soffre di mal di schiena molto intenso può aver bisogno di un’efficace terapia del dolore prima di affrontare il discorso sessuologico” afferma Graziottin. La radioterapia può anche indurre retrazioni cicatriziali della vagina o ulcerazioni dolorose, una condizione alla quale si può ovviare con opportuni accorgimenti che ne mantengono toniche le pareti. “Sarebbe opportuno che tutte le donne, prima di sottoporsi a radioterapia a livello pelvico o addominale, ricevessero una consulenza ginecologica mirata”. Durante una chemioterapia può essere risolutiva una cura contro la ‘fatigue’, quella particolare stanchezza provocata dai farmaci antiblastici. Importantissimo, poi, il discorso contraccettivo. “È vero che la maggior parte delle chemio e radioterapie blocca il ciclo ovulatorio, ma questo può anche non verificarsi” conclude Graziottin. “L’uso di un contraccettivo è necessario, perché tali sostanze potrebbero essere fatali per un eventuale feto. Spesso si consiglia alle donne che assumono chemioterapici di far indossare al partner un preservativo, perché alcuni farmaci possono passare, seppure in quantità veramente minime, attraverso la mucosa vaginale o il liquido seminale”.

Sessualità femminile e cancroultima modifica: 2009-03-01T23:51:32+00:00da doc1a
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “Sessualità femminile e cancro

Lascia un commento